CDS. la “sanatoria giurisprudenziale” opera solo se l’intervento è conforme

(sf) Il Consiglio di Stato (con il provvedimento riportato in fondo alla pagina) prende in esame il ricorso avverso un’ordinanza di demolizione in relazione ai lavori abusivi realizzati in un’area assoggettata a tutela paesaggistica. Al riguardo i giudici precisano che i provvedimenti con cui viene ingiunta la demolizione di un immobile abusivo, in carenza di un titolo idoneo, non richiede alcuna motivazione in ordine alle ragioni di pubblico interesse che impongono la rimozione dell’abuso.

L’atto che ordina l’eliminazione delle opere realizzate, infatti, oltre a sanzionare l’abuso contestato, può ritenersi sufficientemente motivato per effetto della stessa oggettiva rilevazione e descrizione dell’abuso accertato, presupposto giustificativo, necessario e sufficiente a fondare l’emanazione della misura sanzionatoria della demolizione.

Né giova il generico richiamo dell’appellante all’eventuale rischio che la demolizione comporterebbe per le parti non abusive. Infatti, non si può invocare tout court l’applicazione dell’art. 34 del t.u. n. 380 del 2001, ritenendo che sia onere dell’amministrazione verificare i requisiti indicati dalla norma, peraltro in assenza di una seria ed idonea dimostrazione del pregiudizio sulla struttura e sull’utilizzazione del bene residuo

Soprattutto, si legge nella sentenza, non trova alcun pregio la prospettazione del principio della  c.d. “sanatoria giurisprudenziale”, peraltro, normativamente superato, nonché recessivo rispetto al chiaro disposto normativo vigente ed ai principi connessi al perseguimento dell’abusiva trasformazione del territorio. Il permesso in sanatoria ex art. 36, d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 è ottenibile solo su istanza di parte e a condizione che l’intervento risulti conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente al momento sia della realizzazione del manufatto, sia della presentazione della domanda.

01087/2018 – testo della decisione

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