“Culpa in eligendo” nella sicurezza dei luoghi di lavoro

(sf) Con sentenza pronunciata in data 19.10.2015 il Tribunale di Novara ha condannato un soggetto, socio accomandatario di una società e committente dei lavori eseguiti presso il capannone industriale sede della società per avere omesso di verificare l’idoneità tecnico professionale dell’impresa appaltatrice.

Il soggetto imputato ha invocato, a sua difesa, di essere stato erroneamente ritenuto parte committente del contratto di appalto essendosi invece soltanto limitato a richiedere un preventivo al titolare dell’impresa per la sistemazione del tetto del capannone per conto della società che aveva ivi sede senza esserne però la proprietaria ma soltanto la locatrice finanziaria e perciò tenuta a richiedere la relativa autorizzazione ai proprietari dell’immobile. Conseguentemente, nessun contratto di appalto era intervenuto con il titolare dell’impresa edile. E ciò è avvalorato dal fatto che egli non era presente al momento del sopralluogo che era stato effettuato solo da chi intendeva rendersi conto della tipologia della riparazione e del materiale eventualmente necessario. Inoltre, non vi era prova della pattuizione di un corrispettivo e non era stato inviato alcun preventivo.

Il Tribunale di primo grado fonda la responsabilità del ricorrente sulla culpa in eligendo, costituita nella mancata verifica dell’idoneità tecnico professionale dell’impresa, nel rapporto intrattenuto con il soggetto a cui affidare la riparazione del tetto del capannone sede della società di cui il primo era accomandatario e perciò rappresentante legale, sostenendo che tale rapporto, quand’anche non fosse approdato alla stipula di un contratto di appalto, si era comunque articolato nel consentire al preteso titolare della ditta edile di effettuare un sopralluogo presso la struttura danneggiata, salendo cioè sul tetto del capannone e verificando in concreto le opere necessarie alla sua riparazione.

Le misure generali di tutela della salute e sicurezza sul lavoro, che implicano a norma dell’art.15 d. Igs. 81/2008 la valutazione preventiva e l’eliminazione dei rischi in relazione ai lavori da eseguire, posta carico del committente, sin dalla fase di progettazione dell’opera e delle conseguenti scelte tecniche, specifiche cautele prescritte dall’art.90, comma 9 del medesimo decreto, fra cui la verifica nell’ipotesi di cantieri temporanei dell’idoneità tecnico professionale dell’impresa affidataria, la quale implica l’iscrizione di quest’ultima alla Camera di Commercio e l’autocertificazione in ordine al possesso dei requisiti previsti dalla normativa di settore.

Da ciò discende che non è affatto necessario il perfezionamento di un contratto di appalto, sia perché trattasi di adempimenti preliminari alla successiva fase della stipula, sia perché la norma in esame non contempla tale figura contrattuale – come si desume dal tenore letterale dello stesso art.90 che parla di “affidamento dei lavori” e che nella lettera c) del comma 9, contemplante a sua volta gli adempimenti di cui alle precedenti lettere a) e b), esclude espressamente la necessità del ricorso all’appalto – ben potendo la commissione esaurirsi in una mera prestazione d’opera, quale è certamente il sopralluogo sul tetto ai fini della verifica dei lavori necessari, alla quale devono comunque presiedere le cautele previste.

Conseguentemente il giudice di merito ha rilevato la culpa in eligendo dell’imputato non essendo la ditta incaricata, pur se sulla base di u impegno verbale più attiva dal 2009 ed essendo la attività di artigiano edile del preteso titolare cessata sin dal 2003, senza che alcuna rilevanza assuma la proprietà, in capo all’esecutore materiale ovvero al committente, dell’attrezzatura a tal fine utilizzata. L’insussistenza dei titoli di idoneità prescritti dalla legge in capo alla ditta esecutrice dell’opera, la cui verifica configura adempimento preliminare da parte del committente rispetto a quella da effettuarsi in concreto in relazione alla capacità rispetto alla tipologia dell’attività commissionata, consente di ritenere che la decisione espressa sia corretta e in conformità alle fondamentali regole di ermeneutica probatoria e con procedimento idoneo a fornire piena contezza dell’iter logico- giuridico dal quale è derivato il convincimento espresso, sia scevra dai vizi lamentati sul piano motivazionale. (Cass. 10014/2017)

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