Cassazione. Era già legittimo l’uso delle telecamere nei casi di elusione delle timbrature

(sf) Con la sentenza n. 33567/2016, la Corte di cassazione (seconda sezione penale) esamina il caso di due dipendenti comunali sono indagati per truffa aggravata e continuata per essersi allontanati dal luogo di lavoro timbrando il cartellino segnatempo in orari di entrata e uscita diversi da quelli effettivi. Nei loro confronti il g.i.p. del Tribunale ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente fino alla concorrenza del danno accertato, e con una successiva ordinanza  ha rigettato la richiesta di riesame, avverso la quale è stato proposto ricorso presso la Corte di Cassazione.

La Corte suprema esamina, in particolar modo la questione dell’elusione dell’obbligo di timbratura  del badge. Al riguardo i ricorrenti sostengono che l’istallazione di sistemi di registrazione degli orari di accesso e di uscita del personale dipendente, giacché utilizzabili in funzione di controllo dell’osservanza da parte dei lavoratori dei  doveri di diligenza  nel  rispetto dell’orario di lavoro, postula l’accordo con le rappresentanze sindacali o un’autorizzazione ai sensi dell’art. 4, comma  2, dello  Statuto  dei  lavoratori;  con  la conseguenza che, in difetto di tali presupposti, le relative risultanze sarebbero illecite e quindi  illegittimamente  acquisite  agli  atti del  procedimento penale.

Di diverso avviso è la Corte, per la quale, le  garanzie   procedurali   imposte  dall’art.  4,  secondo comma, dello Statuto dei lavoratori (espressamente richiamato dall’art. 114  del  d.lgs. n. 196 del 2003, per l’installazione di  impianti  e  apparecchiature  di  controllo richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, dai quali derivi la possibilità di verifica  a  distanza  dell’attività  dei  lavoratori) si applicano ai controlli c.d. “difensivi”, ossia diretti ad accertare l’inesatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro, e non, invece, quando  riguardino  la tutela  di  beni estranei  al  rapporto stesso  (Sez. L, Sentenza n. 2722 del 23/02/2012, Rv. 621115; nella specie la Corte ha escluso l’applicabilità delle garanzie procedurali sopra indicate nel caso in cui il datore abbia posto in essere verifiche dirette ad accertare comportamenti del prestatore illeciti e lesivi del patrimonio e dell’immagine aziendale).

Pertanto arriva a esprimere il seguente “principio di diritto”: “in  tema  di apparecchiature di controllo dalle quali  derivi  la  possibilità di verificare a distanza l’attività dei lavoratori,  le  garanzie  procedura li  previste  dall’art.  4. secondo  comma,  dello  Statuto  dei  lavoratori  non trovano   applicazione quando  si   procede l’accertamento   di  fatti  che  costituiscono   reato.  Tali garanzie riguardano solo l’utilizzabilità delle risultanze delle apparecchiature di controllo  nei  rapporti  interni – di  diritto  privato –  fra datore  di lavoro e lavoratore: la loro eventuale inosservanza non assume pertanto alcun rilievo nell’attività di repressione di  fatti costituenti  reato.  al  cui  accertamento corrisponde  sempre  l’interesse  pubblico  alla  tutela  del  bene  penalmente protetto,  anche qualora  sia  possibile  identifica re la persona  offesa  nel  datore di lavoro.

Nella stessa sentenza si aggiunge inoltre che ” non è la doverosità della vidimazione a rendere quest’ultima, se falsificata, idonea a trarre in inganno il datore di lavoro; al contrario, anche una vidimazione meramente facoltativa di un registro cartaceo o elettronico delle presenze in ufficio,  può ingenerare  l’inganno di far risultare una presenza falsamente attestata. Ove la vidimazione dell’ingresso e dell’uscita dal luogo di lavoro sia meramente facoltativa, il lavoratore può non ottemperare all’adempimento ma, qualora vi ottemperi, la falsa indicazione dell’orario di entrata o di uscita configura quindi un artifizio o un raggiro.

 

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