Anticorruzione

Cassazione: il whistleblowing non equivale a denuncia anonima

(sf) La Corte di Cassazione, con la sentenza riportata in fondo alla pagina, affronta il primo caso di whistleblowing dopo l’emendazione delle legge che ne disciplina l’esercizio, anche se i fatti esaminati risultano precedenti al provvedimento emanato.

In particolare, un soggetto imputato di un reato commesso nell’ambiente di lavoro, indagato in relazione ad una pluralità di episodi di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, truffa aggravata e falso ideologico in atti informatici, ricorse avverso il provvedimento con il quale si dispongono gli arresti domiciliari eccependo, tra l’altro, che la misura restrittiva sarebbe derivata  da una denuncia anonima, in spregio al dettato dell’art. 203 dello stesso codice di rito – nessun rilievo potendo avere la successiva identificazione del denunciante.

Al riguardo la Corte Suprema rigetta l’eccezione d’inutilizzabilità delle risultanze delle intercettazioni in atti, richiamando la lettera c) dell’art. 606 cod. proc. pen. Infatti il Tribunale avrebbe valutato l’esposto interno all’ufficio – il cui autore è stato successivamente individuato e che il g.i.p. ha considerato alla stregua di un anonimo. – come pienamente utilizzabile ai fini dell’integrazione del requisito medesimo, poiché estraneo alla sfera di operatività del pur invocato art. 203 dello stesso codice. Ciò in quanto, il c.d. “canale del whistleblowing”, deputato alla segnalazione all’ufficio del Responsabile per la prevenzione della corruzione (RPC) di possibili violazioni commesse da colleghi realizza “un sistema che garantisce la riservatezza del segnalante nel senso che il dipendente che utilizza una casella di posta elettronica interna al fine di segnalare eventuali abusi non ha necessità di firmarsi, ma il soggetto effettua la segnalazione attraverso le proprie credenziali ed è quindi individuabile seppure protetto”. D’altro canto, la lettura della norma dettata dall’art. 54 bis del d. I.vo 30.03.2001 n. 165 – nella formulazione vigente all’epoca dei fatti – offre puntuale conferma dell’esattezza dell’impostazione seguita dai giudici di primo grado, atteso che il secondo comma dell’articolo in questione è esplicito nel significare che l’anonimato del denunciante – che, in realtà, è solo riserbo sulle generalità, salvo ovviamente il consenso dell’interessato alla loro divulgazione – opera unicamente in ambito disciplinare, essendo peraltro subordinato al fatto che la contestazione “sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione”, giacché, ove detta contestazione si basi, in tutto o in parte, sulla segnalazione stessa, “l’identità può essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell’incolpato”: ne consegue – né potrebbe essere diversamente – che, in caso di utilizzo della segnalazione in ambito penale, non vi è alcuno spazio per l’anonimato – rectius: per il riserbo sulle generalità – in tal senso essendo altresì significativa l’espressa salvezza delle ordinarie previsioni di legge operata dal comma 1 della succitata norma, per il caso che la denuncia integri gli estremi dei reati di calunnia o diffamazione, ovvero ancora sia fonte di responsabilità civile, ai sensi dell’art. 2043 di quel codice. Il che trova ancor più tangibile riscontro nella recentissima modifica del detto art. 54 bis di cui alla legge 30.11.2017 n. 179 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 14.12.2017), ove, con disciplina più puntuale, coerentemente alla perseguita finalità di apprestare un’efficace tutela del dipendente pubblico che riveli illeciti, è precisato espressamente che, “Nell’ambito del procedimento penale, l’identità del segnalante è coperta dal segreto nei modi e nei limiti previsti dall’articolo 329 del codice di procedura penale”.

Infine, si precisa nella sentenza, va ribadito che, al di là di quanto opinato dallo stesso g.i.p., il contenuto delle rivelazioni del “whistleblower” non costituisce mero spunto investigativo, bensì assurge al rango di vera e propria dichiarazione accusatoria, cui si sommano le (valorizzate) risultanze degli accertamenti compiuti dall’ufficio competente, aventi valenza di riscontro nei confronti dei dipendenti

sentenza Casa. Penale sez. 6 n. 9047/2018

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